Don Paolo La Terra

 1. Introduzione

Lo statuto dell’Associazione Italiana delle Guide e Scout d’Europa Cattolici afferma all’art. 1 che il suo scopo è di formare “buoni cristiani e buoni cittadini”. Continuando, all’art. 2, lo stesso statuto afferma, tra le altre cose, che “Per realizzare tale scopo l’Associazione curerà nei giovani: … il senso della carità verso il prossimo e la preparazione alla vita sociale e civica”. In un’ottica di apertura alla realtà sociale, infine, l’art. 3 stabilisce operativamente che “L’Associazione … stabilisce rapporti di … collaborazione con enti ed associazioni che hanno come fine l’educazione dei giovani, i servizi civici e la protezione della natura”.

Questi elementi, richiamati proprio nei primi articoli, cuore della natura e dei fini dell’Associazione, vengono sintetizzati con il termine “civismo”.

Si tratta di un termine ricchissimo di significato e di risvolti, meritevoli di un approfondimento direttamente proporzionale alla rilevanza che ad esso è stata attribuita nell’ambito del metodo scout.

La struttura di questo contributo seguirà lo stesso sviluppo dello statuto, così come è stato appena richiamato: a partire dall’art. 1 cercheremo di chiarire il senso di “buon cittadino” e della “cittadinanza”; in riferimento all’art. 2 faremo riferimento alle dimensioni umana e spirituale su cui la cittadinanza, vissuta a livello personale, si fonda; prendendo le mosse dall’art. 3, infine, allargheremo la visuale su un modello di cittadinanza “partecipativa”, che si esplica a livello sia intra che inter associativo.

 

2. “Buoni cittadini”: quale cittadinanza oggi?

Il termine civismo deriva dal latino civis, a sua volta radice del termine civitas, città. Chi è il civis? Il civis è il cittadino nel pieno possesso dei suoi diritti personali, sociali e politici, che questi diritti può attivare ed esercitare all’interno della comunità di cui fa parte, e di cui è chiamato a prendersi cura concorrendo al bene comune.

È in questa chiave che è stato sviluppato, soprattutto in ambito scolastico, il concetto di educazione civica, o alla cittadinanza, intesa come formazione del cittadino individuo e soggetto attivo nell’ambito della vita collettiva (politica, sociale, economica), che conosce le regole e queste rispetta.

A ben vedere, questa concezione si presta a due osservazioni abbastanza rilevanti. Innanzitutto, il soggetto-cittadino preso in considerazione è l’individuo in quanto tale: la dimensione sociale e partecipativa della cittadinanza assume carattere secondario e opzionale. In secondo luogo, e di conseguenza, l’educazione civica rimane confinata in una dimensione statica, in cui ciò che conta è la trasmissione di nozioni, regole e comportamenti al singolo, a cui si richiede una adesione più formale che sostanziale, più potenziale che attuale nei confronti di ciò che gli è stato trasmesso.

A partire da queste constatazioni, negli ultimi anni si è andata sviluppando una corrente di pensiero pedagogico che estende il campo dell’“educazione civica”, o “educazione alla democrazia”, inserendola nel contesto più ampio dell’ “educazione morale e civile” sotto il nome di “educazione alla convivenza civile” (ECC) [1].

Il termine convivenza civile, rispetto a quello di cittadinanza, allude a virtù private che attengono al benessere individuale, oltreché a virtù pubbliche. In altri termini, il perseguimento del bene comune non può prescindere dalla realizzazione del bene individuale, e quest’ultimo può essere autenticamente promosso e conseguito soltanto all’interno della ricerca del bene comune, per cui si è cittadini non solo quando si adempiono i propri doveri, si partecipa alla vita pubblica, si conosce la legislazione del proprio paese, ma anche e soprattutto quando si esprime il senso di appartenenza a una collettività[2]. I comportamenti civici attengono dunque alla sfera privata come a quella pubblica, e nell’educazione alla cittadinanza si intrecciano tutti questi obiettivi e contenuti[3].

Questa conclusione, considerata altamente innovativa nel panorama della scienza pedagogica italiana, si rivela, se osservata dalla prospettiva del metodo scout, una vera e propria… scoperta dell’acqua calda! È da cento anni che lo scautismo si fonda sull’educazione integrale della persona alla luce dei quattro punti di BP[4].

 

2.1. Educare alla cittadinanza con il metodo scout

L’educazione civica tradizionalmente intesa è orientata alla assunzione di “buoni comportamenti” da assumere nello spazio civile pubblico: non conta l’atteggiamento interiore o la motivazione sostanziale; quello che conta è il comportamento esteriore e formale, anche se, al limite, osservato per paura di una sanzione.

In quest’ottica, l’azione educativa deve essere orientata non tanto al rispetto e alla tutela del bene pubblico, mediante la conoscenza e il rispetto formale delle regole, quanto al “buon comportamento privato” perché non è possibile separare il bene individuale da quello pubblico. Lo stesso concetto è espresso in modo felicissimo nella preghiera dell’esploratore, quando si recita: «Insegnami a lavorare alacremente e a comportarmi lealmente quando sono tu solo mi vedi, come se tutto il mondo potesse vedermi».

Così, rispetterò il limite di velocità perché ci tengo alla sicurezza mia e degli altri, e indosserò il casco perché ci tengo alla mia vita, e non perché ho paura di prendere la multa o che mi sequestrino la moto. Questi semplici esempi, tratti dalla quotidianità spicciola, aiutano a comprendere ancora meglio come l’educazione alla cittadinanza sia la risultante dinamica di aspetti legati contemporaneamente alla singola persona e alla società in cui è vitalmente inserito.

Ma c’è di più.

Mai come oggi l’atteggiamento del singolo e i suoi comportamenti concreti hanno acquisito una importanza globale: scelte spicciole, legate alla più normale e individuale quotidianità, messe insieme possono tracciare scenari di speranza, progresso e sviluppo sostenibile, oppure far scivolare la società intera verso l’egoismo consumista con tutte le sue conseguenze.

Sono questi gli ambiti in cui gli atteggiamenti e le scelte personali si incontrano e si intrecciano con temi e problemi che abbracciano la vita stessa del mondo e nel mondo.

L’uso responsabile delle risorse limitate, prima tra tutte l’acqua; il consumo critico nell’ottica di uno sviluppo sostenibile; la finanza etica e i bilanci di solidarietà; la raccolta differenziata dei rifiuti; la scelta concreta di uno stile di vita informato ai principi di responsabilità, essenzialità e solidarietà; la scelta di utilizzare software libero come risposta all’omologazione monopolista del software proprietario, oltreché di risposta eticamente corretta alla pirateria imperante che si basa sull’uso di programmi crackati per non pagare il costo della licenza; le esigenze legate all’attualissimo tema della cittadinanza digitale, che considera internet non più uno strumento da usare, ma un vero e proprio ambiente in cui vivere e saper vivere: sono questi tutti temi che, se da un lato non tirano immediatamente in ballo il rispetto delle regole, dall’altro postulano la presenza di coscienze mature in grado di compiere scelte alternative e, spesso, controcorrente rispetto ai trend imperanti.

 

2.2.  Educare alla cittadinanza europea responsabile

Se prima il concetto di cittadinanza rimandava automaticamente a quello di nazione, l’attuale situazione ci impone di superare questo schema. Siamo cittadini italiani e, in quanto tali, europei; in forza di ciò siamo portatori di valori, idee e progetti che travalicano gli stessi confini dell’Europa, per allargarsi ad abbracciare l’intero pianeta, ormai connotato dai fenomeni della globalizzazione e di una mobilità umana e culturale sempre più estesi e profondi.

All’interno di questo scenario, la nozione di cittadinanza a livello europeo, e in particolar modo di cittadinanza responsabile, deve necessariamente coprire le tematiche legate alle conoscenze dei propri diritti e dei propri doveri e deve essere strettamente legata a valori civici come la democrazia e i diritti umani, l’uguaglianza e la partecipazione, la coesione sociale, la solidarietà, la tolleranza di fronte alla diversità e la giustizia sociale.

Vissuta in quest’ottica, la cittadinanza non è più uno status ascritto e conferito dallo Stato, ma ha a che fare con il senso di appartenenza alla comunità in cui la persona vive: quanti immigrati, pur non essendo formalmente cittadini italiani, hanno assimilato un senso di appartenenza all’Italia che, di fatto, li connota già come ”cittadini”?

Questa ulteriore riflessione implica una conseguenza importante, con rilevanti risvolti educativi: quando si parla di educazione alla cittadinanza non si fa riferimento semplicemente ai diritti relativi all’esercizio del potere politico (come, p. es. il diritto di voto), ma anche a quelli legati alla libertà individuale e, non ultimi, i diritti ad accedere a certi standard sociali (salute, istruzione, lavoro. etc).

 

2.3. Educare alla lettura dei segni dei tempi

A livello educativo questa consapevolezza postula una sollecitudine della mente e del cuore che prende le mosse dalla capacità di leggere in profondità la realtà in cui viviamo.

L’educazione alla cittadinanza nello scautismo, interpretata in questa chiave dinamica, richiede la capacità di vivere ad occhi aperti nella realtà sociale e culturale, riconoscendo i segni dei tempi, tanto cari a Giovanni XXIII e al magistero pontificio successivo, sottoponendoli a un profondo discernimento e prodigandosi per tracciare vie nuove e creative da percorrere in vista di una convivenza sempre più pacifica e feconda.

Senza voler forzare il significato che ordinariamente viene attribuito al settimo articolo della legge, ma allargandone il significato e la portata educativa, si può, a questo punto, affermare che, lo scout/la guida sono chiamati ad obbedire prontamente non solo agli ordini che ricevono dai loro capi, ma anche alle regole su cui si fonda la convivenza civile e, in ultima istanza, ai segni dei tempi, nei confronti dei quali sono chiamati a scommettere il meglio di sé in umanità, creatività, conoscenza e competenza.

Per realizzare questo obiettivo occorrono donne e uomini forti, “buoni cittadini” non semplicemente impegnati nel rispetto delle regole già fissate, ma anche a dare impulso e direzione alla ricerca di un bene comune sempre più diffuso e rispettoso delle singole persone, soprattutto di quelle più deboli.

È a questo punto che il “buon cittadino” è chiamato a diventare un tutt’uno con il “buon cristiano”, e che la grandezza e l’altezza degli obiettivi e degli ideali umani hanno bisogno di essere perfezionati e portati a compimento dalla Grazia.

 

3. Educazione alla cittadinanza tra formazione umana e spiritualità

L’attuale panorama ecclesiale italiano, così come è emerso anche dai lavori del convegno ecclesiale di Verona[5], vede un laicato spesso ripiegato sulla fede e incapace di aprirsi ad una efficace e feconda azione sociale e politica.

Dal canto suo, il Convegno ecclesiale di Firenze, ormai alle porte, metterà al centro della riflessione e del confronto tra le Chiese che sono in Italia la riappropriazione/riaffermazione delle radici antropologiche profonde attorno a cui si deve sviluppare l’identità delle singole persone e delle comunità: si tratta, paradossalmente di “ritornare” ad un “nuovo” umanesimo che, in prospettiva cristiana, viene mirabilmente riassunto in Gaudium et spes 22: “Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione”[6].

L’orizzonte di GS 22, d’altro canto, deve fare anche i conti con la situazione delineata dai vescovi italiani nel documento per il decennio in corso, in cui affermano: “La formazione integrale è resa particolarmente difficile dalla separazione tra le dimensioni costitutive della persona, in special modo la razionalità e l’affettività, la corporeità e la spiritualità”[7].

Occorre riprendere il cammino, quindi, e il primo passo lo devono sempre fare le istituzioni educative, nel cui numero si ritrovano anche le Associazioni Scout; per la nostra associazione, inoltre, questa sfida si presenta come ineludibile, nel momento in cui si è operata la scelta di concentrare l’attenzione in vista dell’assemblea generale su punti di B.P., continuità del metodo e intereducazione.

 

3.1. In buona compagnia…

La storia del nostro Paese è piena di grandi figure che, dotate di una fortissima carica spirituale, sono riuscite a incidere sulle dinamiche sociali e politiche del loro tempo, non solo a livello nazionale, ma anche internazionale.

Si pensi a santi come Benedetto, Francesco, Caterina da Siena.

Si pensi, in tempi recenti, a uomini come don Sturzo, che con il suo “Appello ai liberi e forti” ha dischiuso le porte ad un rinnovato impegno dei cattolici a livello sociale e politico, o Alcide De Gasperi, uno dei padri fondatori della Comunità Europea; come Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti, padri della nostra Costituzione repubblicana; come Aldo Moro e Vittorio Bachelet che hanno sigillato con il sangue il loro impegno di cattolici protesi alla ricerca di un bene comune sempre più autentico e diffuso. E l’elenco potrebbe continuare.

Che cosa accomuna tutte queste persone?

Certamente due cose: una umanità e una fede adulte, mature e profonde.

È su questi due elementi, allora, che occorre soffermarsi per tracciare l’identikit umano e spirituale del “buon cittadino” di cui abbiamo parlato fino ad ora.

Detto in termini antropologici e teologici, occorrono donne e uomini di provate virtù umane e divine.

 

3.2. Il “buon cittadino” come “uomo virtuoso”

La parola “virtus” in latino significa “forza”.

Ognuno di noi ha tanti punti di forza, ma questi punti di forza sono inseriti in una totalità non compiuta, nel senso che ognuno si porta appresso tante inclinazioni e tante possibilità: sta a lui attivarle per svilupparle e portarle a pienezza. I teologi morali direbbero che si tratta di intraprendere un cammino che dalla virtualità, intesa come poter essere qualcosa (forte, giusto, prudente, temperante, etc.), conduce alla virtù, intesa come pienezza di quel qualcosa, che viene messo in atto.

Essere virtuoso, allora, significa non solo possedere delle capacità, ma esercitarle continuamente per tenerle sempre ai massimi livelli: è la stessa cosa che fanno gli sportivi quando si allenano nelle rispettive discipline!

Parlare di virtù umane, d’altra parte, non richiede un coinvolgimento immediato della fede: le virtù umane sono definite tali, infatti, perché strettamente collegate all’uomo, alla sua natura e alla qualità del suo agire: è stato Aristotele, qualche secolo prima di Gesù, ad approfondire la riflessione attorno ad esse, dandone, per così dire, una classificazione che sarebbe stata sviluppata successivamente in chiave cristiana da San Tommaso d’Aquino nella sua Somma Teologica.

Secondo Aristotele sono quattro le virtù fondamentali attorno alle quali si articola l’agire umano, e per questo vengono ancora oggi chiamate virtù cardinali, perché, come la porta con il cardine, anch’esse fanno girare attorno a sé tutte le altre virtù: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza[8].

Tutte le virtù riconducibili alle virtù cardinali si chiamano morali, perché, come si è appena detto, regolano e indirizzano l’agire concreto dell’uomo.

Tre cose sono da sottolineare delle virtù.

La prima è che la virtù occupa una posizione di giusto mezzo: non dobbiamo essere né Superman né lombrichi, ma cercare di valorizzare e spingere al massimo le nostre potenzialità e capacità, riconoscendole e allenandole.

La seconda è che le virtù sono tutte collegate fra loro: esercitarne e migliorarne una, significa automaticamente sviluppare e migliorare le altre che ad essa sono collegate.

La terza è che le virtù morali sono uguali fra loro, ma questo non vuol dire che tutti indistintamente siamo tenuti a svilupparle ed esercitarle tutte! Anzi, le virtù devono crescere e integrarsi in modo armonioso con la vita unica e irripetibile di ciascuno, mantenendo giuste proporzioni fra loro.

 

3.3. Le virtù della cittadinanza

Quali sono, in questo quadro, le virtù proprie della cittadinanza responsabile, nell’orizzonte di una educazione alla convivenza civile efficace e feconda?

Una risposta significativa la troviamo nello sviluppo della dottrina sociale della Chiesa, recentemente sintetizzata in un utile Compendio[9].

Il Compendio, dopo aver enunciato “i principi che devono presiedere all’edificazione di una società degna dell’uomo, indica anche dei valori fondamentali” che richiedono ”sia la pratica dei principi fondamentali della vita sociale, sia l’esercizio personale delle virtù, e quindi degli atteggiamenti morali corrispondenti ai valori stessi”[10]. Ciò che viene denominato valore è, come si può evincere da contesto della citazione, una vera e propria virtù.

Le virtù sociali, che possiamo riferire in modo precipuo al tema della cittadinanza, sono quattro: di queste, tre sono umane, la quarta è teologale.

Ecco ciò che afferma il Compendio: “Tutti i valori sociali sono inerenti alla dignità della persona umana, della quale favoriscono l’autentico sviluppo, e sono, essenzialmente: la verità, la libertà, la giustizia, l’amore. La loro pratica è via sicura e necessaria per raggiungere il perfezionamento personale e una convivenza sociale più umana; essi costituiscono l’imprescindibile riferimento per i responsabili della cosa pubblica, chiamati ad attuare « le riforme sostanziali delle strutture economiche, politiche, culturali e tecnologiche e i necessari cambiamenti nelle istituzioni » [11].

Vediamole un po’ più da vicino.

La verità, come suo criterio supremo da tenere presente nei rapporti sociali, si riferisce alla dignità della persona, unica e irripetibile, infinitamente amata da Dio e, per lo stesso fatto che esiste, portatrice di un progetto.

«Gli uomini sono tenuti in modo particolare a tendere di continuo alla verità, a rispettarla e ad attestarla responsabilmente. Vivere nella verità ha un significato speciale nei rapporti sociali: la convivenza fra gli esseri umani all’interno di una comunità, infatti, è ordinata, feconda e rispondente alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità. Quanto più le persone e i gruppi sociali si sforzano di risolvere i problemi sociali secondo verità, tanto più si allontanano dall’arbitrio e si conformano alle esigenze obiettive della moralità. Il nostro tempo richiede un’intensa attività educativa e un corrispondente impegno da parte di tutti, affinché la ricerca della verità, non riconducibile all’insieme o a qualcuna delle diverse opinioni, sia promossa in ogni ambito, e prevalga su ogni tentativo di relativizzarne le esigenze o di recarle offesa. È una questione che investe in modo particolare il mondo della comunicazione pubblica e quello dell’economia. In essi, l’uso spregiudicato del denaro fa emergere degli interrogativi sempre più pressanti, che rimandano necessariamente a un bisogno di trasparenza e di onestà nell’agire, personale e sociale»[12].

Importantissima per l’Associazione è l’affermazione per cui l’esercizio della virtù della verità si sviluppa e fortifica attraverso una “intensa attività educativa” che la ricerchi, la promuova e rifugga da ogni tentazione di relativismo.

La libertà. Se la libertà è un mezzo e non un fine, come invece la cultura individualistica, radicale e nichilista oggi maggioritaria va sostenendo, va educata, indirizzata e scommessa in modo autentico nelle direzioni appena citate.

«La libertà è nell’uomo segno altissimo dell’immagine divina e, di conseguenza, segno della sublime dignità di ogni persona umana: «La libertà si esercita nei rapporti tra gli esseri umani. Ogni persona umana, creata ad immagine di Dio, ha il diritto naturale di essere riconosciuta come un essere libero e responsabile [….] Lungi dal compiersi in una totale autarchia dell’io e nell’assenza di relazioni, la libertà non esiste veramente se non là dove legami reciproci, regolati dalla verità e dalla giustizia, uniscono le persone»[13].

«Il valore della libertà, in quanto espressione della singolarità di ogni persona umana, viene rispettato quando a ciascun membro della società è consentito di realizzare la propria personale vocazione; cercare la verità e professare le proprie idee religiose, culturali e politiche; esprimere le proprie opinioni; decidere il proprio stato di vita e, per quanto possibile, il proprio lavoro; assumere iniziative di carattere economico, sociale e politico [….] La pienezza della libertà consiste nella capacità di disporre di sé in vista dell’autentico bene, entro l’orizzonte del bene comune universale»[14].

La giustizia. Il terzo valore/virtù è la giustizia, sintetizzata in questo modo nel Compendio, ai nn. 201-203: «essa consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto». Dal punto di vista soggettivo la giustizia si traduce nell’atteggiamento determinato dalla volontà di riconoscere l’altro come persona, mentre, dal punto di vista oggettivo, essa costituisce il criterio determinante della moralità nell’ambito inter-soggettivo e sociale. La giustizia sociale, esigenza connessa alla questione sociale, che oggi si manifesta in una dimensione mondiale, concerne gli aspetti sociali, politici ed economici e, soprattutto, la dimensione strutturale dei problemi e delle correlative soluzioni. La giustizia non è una semplice convenzione umana, perché quello che è «giusto» non è originariamente determinato dalla legge, ma dall’identità profonda dell’essere umano. La piena verità sull’uomo permette di superare la visione contrattualistica della giustizia, che è visione limitata, e di aprire anche per la giustizia l’orizzonte della solidarietà e dell’amore: «Da sola, la giustizia non basta. Può anzi arrivare a negare se stessa, se non si apre a quella forza più profonda che è l’amore».

Riguardo la giustizia, vanno precisate le sue tre modalità classiche.

La giustizia commutativa riguarda i rapporti tra persona e persona: tratto, rispetto e considero l’altro per quello che è, per il ruolo che ha e per gli impegni che, in modo diretto o indiretto, ho preso con lui.

La giustizia distributiva riguarda i rapporti tra la comunità e il singolo: p. es., tra stato e cittadino, tra comunità ecclesiale e singolo fedele, tra impresa e dipendenti. Oggetto della giustizia distributiva, nel primo caso, è la decisione sulla distribuzione del carico fiscale o sulla determinazione delle retribuzioni e delle pensioni. Nello Scautismo, il Capo è chiamato a svolgere una vera e propria opera di giustizia distributiva nei confronti dei ragazzi che gli sono affidati, e sono molte le strutture che ad essa richiamano (Corte d’onore, Consiglio di Akela, Direzione di gruppo, etc.)

La giustizia legale è quella legata al rispetto delle regole e, di conseguenza, all’applicazione delle sanzioni in caso di non osservanza delle stesse. Senza approfondire troppo, salta chiaramente agli occhi come lo Scautismo sia una vera e propria palestra di giustizia, in tutte le sue dimensioni.

L’amore. Questa virtù non è semplicemente umana, ma teologale, cioè permette a chi la esercita, sotto l’influsso della grazia di Dio, di partecipare in modo immediato della relazione con lui. L’amore si trova al quarto posto come nella metodologia dell’Associazione la vita di fede, come un ideale quinto punto di BP, viene citato alla fine: esso attraversa, unisce e trasfigura tutte le altre dimensioni e virtù unificandole nella tensione alla conformazione a Cristo nel dono di sé.

Mentre per le prime tre virtù, infatti, il Compendio prevede dei paragrafi, all’amore esso dedica un intero capitolo, dal titolo significativo “La via della carità”. I valori della verità, della giustizia, della libertà nascono e si sviluppano dalla sorgente interiore della carità: la convivenza umana è ordinata, feconda di bene e rispondente alla dignità dell’uomo, quando si fonda sulla verità. La carità, ancora, si attua secondo giustizia, ossia nell’effettivo rispetto dei diritti e nel leale adempimento dei corrispettivi doveri; è attuata nella libertà che si addice alla dignità degli uomini, spinti dalla loro stessa natura razionale ad assumersi la responsabilità del proprio operare; è vivificata dall’amore, che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui e rende sempre più intense la comunione dei valori spirituali e la sollecitudine per le necessità materiali. Questi valori costituiscono dei pilastri dai quali riceve solidità e consistenza l’edificio del vivere e dell’operare: sono valori che determinano la qualità di ogni azione e istituzione sociale. Non si possono regolare i rapporti umani unicamente con la misura della giustizia: «L’esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di se stessa… È stata appunto l’esperienza storica che, fra l’altro, ha portato Cicerone a formulare la famosa asserzione: «summum ius, summa iniuria». La giustizia, infatti, «in ogni sfera dei rapporti interumani, deve subire, per così dire, una notevole “correzione” da parte di quell’amore, il quale – come proclama San Paolo – “è paziente” e “benigno” o, in altre parole, porta in sé i caratteri dell’amore misericordioso, tanto essenziali per il Vangelo e per il cristianesimo»[15].

A chiosa di quanto riportato nel Compendio, vale la pena ricordare che Paolo VI ebbe a dire che “Quella politica è la forma più squisita di carità”.

È a questo punto che il percorso, iniziato sul versante umano, raggiunge il suo culmine nella relazione con Dio attraverso una vita di fede che dia ad esso solidità e unità.

È a questo punto che è possibile definire “felice” l’intuizione dei fondatori dell’Associazione, quando all’art. 2 dello Statuto, già citato all’inizio, hanno inserito tra gli scopi quello di curare nei giovani “il senso della carità verso il prossimo e la preparazione alla vita sociale e civica”: è la carità che dà senso pieno e compiuto alle altre virtù della cittadinanza: e questo proprio perché, come abbiamo già detto, le attraversa e le trascende.

Questa si chiama integralità! Integralità che, dal canto suo, postula l’unità della persona nelle sue dimensioni costitutive: razionale, affettiva, spirituale e corporale, come più sopra i vescovi invitavano a tenere in particolare attenzione.

Da ciò deriva l’importanza determinante di un cammino spirituale robusto, vissuto con i piedi per terra e con gli occhi aperti sugli altri e sul mondo; un cammino non spiritualista, né disincarnato, né, tantomeno, ripiegato in una considerazione della religiosità come occasione di disimpegno e di fuga dal mondo nella ricerca di comode tane o di rifugi accoglienti.

La robustezza del cammino spirituale viene determinata dalla presenza dei quattro pilastri fondamentali: preghiera radicata nella Parola di Dio, Eucaristia, Riconciliazione e presenza del padre spirituale. Il tutto da vivere sia a livello individuale che comunitario in una consapevole appartenenza ecclesiale che diventi dono per il mondo.

E, se ci pensate bene, anche queste sono “virtù” che hanno bisogno di essere coltivate, sviluppate e rinforzate…

 

4. Educare alla cittadinanza “in rete”

“La carità sociale e politica non si esaurisce nei rapporti tra le persone, ma si dispiega nella rete in cui tali rapporti si inseriscono, che è appunto la comunità sociale e politica, e su questa interviene, mirando al bene possibile per la comunità nel suo insieme. Per tanti aspetti, il prossimo da amare si presenta «in società», così che amarlo realmente, sovvenire al suo bisogno o alla sua indigenza può voler dire qualcosa di diverso dal bene che gli si può volere sul piano puramente inter-individuale: amarlo sul piano sociale significa, a seconda delle situazioni, avvalersi delle mediazioni sociali per migliorare la sua vita oppure rimuovere i fattori sociali che causano la sua indigenza”[16].

A questo passaggio del Compendio può essere messo in correlazione ciò che lo statuto contiene all’art. 3: “L’Associazione … stabilisce rapporti di … collaborazione con enti ed associazioni che hanno come fine l’educazione dei giovani, i servizi civici e la protezione della natura”.

L’esercizio della cittadinanza responsabile nell’ottica dinamica della convivenza civile postula la capacità di interagire, a livello sia personale che associativo e istituzionale.

Qualche tempo fa uno degli slogan che andavano di moda era: “Organizziamo la speranza”.

Il buon cittadino, uomo virtuoso secondo quanto affermato fino ad ora, ha bisogno di essere educato alla interazione e alla collaborazione in vista del bene comune.

Lo Scautismo, si dirà, è una eccezionale palestra di interazione e collaborazione, e questo è profondamente vero: si pensi, per esempio, al sistema delle squadriglie, degli incarichi e dei posti di azione; ma si pensi anche alla formazione continua che nelle varie fasi del percorso scout gli strumenti del metodo rendono possibile in modo adeguato all’età e progressivo.

Educare alla collaborazione e alla condivisione di progetti e obiettivi significa far comprendere che, quando ci si unisce insieme per realizzare qualcosa, le forze non si sommano ma si moltiplicano.

 

 

5. Conclusione

Le idee che ho esposto in queste righe, pur ricomprendendole, vanno certamente al di là delle prove di civismo disseminate lungo il percorso formativo che ha il suo culmine nella partenza.

L’educazione alla cittadinanza necessita di una attenzione particolare non solo nei suoi contenuti, ma anche nelle dinamiche e nelle modalità con cui viene programmata e realizzata all’interno delle unità, sia a livello verticale di continuità, che a livello orizzontale di intereducazione con le unità corrispondenti dell’altra sezione.

È nel percorso unificante che abbiamo tracciato che l’amore dell’uomo, alimentato e trasfigurato dall’amore di Dio, diventa sempre più amore per l’uomo e per il mondo, segno e testimonianza credibile dell’amore per Dio.

È a questo punto che “buon cristiano e buon cittadino” diventano un tutt’uno e che l’umanità piena, illuminata dalla grazia di Dio, si trasfigura ad immagine di Cristo, facendo di donne e uomini altrettante sante e santi, con lo sguardo rivolto al cielo e con i piedi saldamente poggiati per terra,…. su questa terra.

 


[1] L’ECC ha ricevuto un posto di riguardo all’interno della recente riforma della scuola, con tanto di previsione legislativa (V. Legge 53/2003, art. 2, lett. f.) e di linee di attuazione pratica in appositi OSA (Obiettivi Specifici di Apprendimento). Cfr.: OSA ECC Scuola Primaria: D. L.vo n. 59/2004 – Allegato B: OSA ECC Scuola Secondaria di I grado: D. L.vo n. 59/2004 – Allegato C; OSA ECC Scuola secondaria di II grado: D. L.vo n. 226 del 17/10/2005, Allegato C.2. Nella sua struttura fondamentale, l’ECC “si articola in sei aree tematiche (educazione alla cittadinanza, ambientale, stradale, alla salute, alimentare e all’affettività) che hanno lo scopo di permettere all’alunno di sviluppare la propria dimensione etica e di prenderne consapevolezza assumendo atteggiamenti e abitudini sottoposte a una costante verifica critica da parte della propria coscienza individuale (S. Baggiani, L’educazione alla cittadinanza nella scuola italiana, cit.)

[2] L’attuale assetto della scuola italiana inserisce l’educazione alla convivenza civile nell’ambito più vasto del “benessere” (!), come si può evincere dalla scheda pubblicata sul sito del Ministero dell’Istruzione a questo link: http://archivio.pubblica.istruzione.it/essere_benessere/salute2.shtml

[3] S. Baggiani, L’educazione alla cittadinanza nella scuola italiana, 8/6/2004, alla pagina internet http://www.indire.it/content/index.php?action=read&id=895

[4] Riprendendo i sei ambiti dell’ECC ci accorgiamo che l’educazione alla cittadinanza ed educazione stradale fanno parte di civismo e servizio del prossimo; l’educazione affettiva rimanda alla formazione del carattere; l’educazione alla salute e all’alimentazione rimandano a salute e vigore fisico; l’educazione ambientale, infine, è uno degli aspetti della vita all’aperto.

[5] Si possono leggere e scaricare tutti gli interventi al sito http://www.convegnoverona.it/

[6] Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudiume et spes, n. 22.

[7] Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo, 2010, n. 13.

[8] La prudenza, virtù sia intellettuale che morale, qualifica l’attività della ragione che analizza e della volontà che decide; la giustizia regola i rapporti con gli altri; la fortezza controlla l’aggressività e rafforza la volontà dinanzi agli ostacoli che incontra; la temperanza modera l’immenso ambito dell’affettività.

[9] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, 2004. Il Compendio è consultabile on line all’indirizzo: http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/justpeace/documents/rc_pc_justpeace_doc_20060526_compendio-dott-soc_it.html

[10] Compendio, n. 197.

[11] Ibidem.

[12] Compendio, n. 198

[13] Idem, n. 199

[14] Idem, n. 200

[15] Idem, n. 206.

[16] Idem, n. 208.

Caricando...